Il prezzo del rancore: quanto costa davvero una separazione conflittuale?

Perché la mediazione familiare e la negoziazione assistita possono restituire agli ex coniugi tempo, energie e dignità

C’è un’aula di tribunale, un magistrato, due avvocati e due coniugi in procinto di separarsi.

L’aria è pesante, i volti tesi.

Dopo quattro anni di causa giudiziale, è finalmente arrivato il momento di concludere, con un verbale di definizione bonaria, un lungo contenzioso e trasformarlo in un accordo consensuale.

Quattro anni di tensioni, rivendicazioni, accuse, prove testimoniali, perizie e tutto ciò che, spesso, accompagna una separazione conflittuale.

I due legali sono in piedi ai lati della scrivania del giudice. Il magistrato, un ottimo magistrato, sta per chiudere una vicenda che si è trascinata per anni.

E fra loro ci sono io.

I coniugi stanno firmando le ultime carte quando, a un certo punto, lei alza gli occhi verso di me e, con aria sfinita e a voce bassa, sussurra:

«Avvocato, fossi stata a sentirla quattro anni fa!»

Quattro anni prima quella stessa donna aveva ricevuto una lettera, scritta con tutta la cortesia e la delicatezza che l’occasione richiedeva, che la invitava a valutare un tentativo di mediazione al posto della causa che il marito, arrivato in studio qualche giorno prima, non voleva affrontare da solo contro di lei.

Mi aveva richiamato, ringraziandomi della cortesia e della disponibilità, ma rifiutando con una frase che ancora ricordo per intero:

«Devo fargliela pagare a mio marito!»

Tra quel proponimento e il sussurro pronunciato quattro anni dopo in tribunale erano passati quattro anni.

Una causa intera.

E, insieme alla causa, un pezzo di vita che nessuna sentenza avrebbe più potuto restituirle.


Quando il rancore diventa un modo per restare legati

È da questa distanza, misurata in anni e non in principi teorici, che vorrei partire per parlare di un’illusione molto comune e molto costosa.

L’idea che la propria identità e la propria dignità, nel momento della separazione, dipendano dal “farla pagare” all’altro.

Chi si separa perde, spesso improvvisamente, un ruolo, un’abitudine quotidiana, un’immagine di sé costruita nel corso degli anni.

Per un certo periodo può ritrovarsi senza una forma precisa.

In quel vuoto, il conflitto può offrire un appiglio immediato.

Sapere contro chi si combatte e sapere che si combatte dà una direzione alle giornate, un compito da svolgere, perfino un’energia che può assomigliare, da vicino, a un nuovo progetto di vita.

Ma qui nasce un paradosso che vale la pena evidenziare:

il rancore, invece di sciogliere il legame, può finire per mantenerlo.

Chi vuole “fargliela pagare” continua a pensare all’altro ogni mattina, organizza intorno a quella persona le proprie giornate, ne parla con l’avvocato, con la famiglia, con gli amici.

La causa, il conflitto, l’attrito, possono diventare così l’ultimo modo possibile per mantenere in vita una relazione ormai finita.

Una relazione che nessun magistrato, nessuno in generale, potrà davvero sciogliere fino in fondo finché uno dei due non decida, per proprio conto, di lasciarla andare.


Il bisogno di essere riconosciuti nel proprio dolore

Sarebbe però ingeneroso pensare che chi rifiuta una proposta di mediazione o un percorso di gestione del conflitto lo faccia per capriccio o per cattiveria.

Il bisogno di vedersi riconosciuto un torto subito è legittimo.

Chi si sente ferito raramente accetta di sedersi a un tavolo se ha l’impressione che la propria sofferenza venga trattata come un fastidio da eliminare rapidamente.

Forse quella donna, quattro anni prima, non era ancora pronta ad ascoltare.

Forse aveva bisogno di attraversare la propria rabbia prima di poter guardare alla separazione in modo diverso.

E forse il giudizio è stato, in quel momento, il luogo nel quale quella rabbia ha dovuto consumarsi fino in fondo prima di potersi placare.

Il punto non è negare a nessuno il proprio tempo di dolore.

La domanda è un’altra:

quel tempo deve necessariamente coincidere con tutta la durata di un processo?

E vale davvero la pena pagarlo con anni di vita, energie, costi economici e, quando ci sono figli, anche con una parte della loro serenità?


Mediazione familiare e negoziazione assistita: due strade per gestire il conflitto

È qui che mediazione familiare e negoziazione assistita smettono di essere semplici espressioni tecniche e acquistano un significato più concreto.

Sono strumenti diversi, con caratteristiche e funzioni differenti, che possono aiutare le persone ad affrontare una separazione cercando, quando possibile, di evitare che il conflitto diventi l’unico percorso.

La mediazione familiare è un percorso volontario nel quale un professionista terzo e adeguatamente formato aiuta i componenti della coppia a comunicare e a confrontarsi sulle questioni legate alla separazione, con particolare attenzione, quando presenti, anche alle esigenze dei figli.

L’obiettivo non è imporre una soluzione.

È favorire il dialogo affinché le persone possano individuare autonomamente le soluzioni che ritengono più sostenibili.

La negoziazione assistita, invece, è una procedura nella quale le parti sono assistite dai rispettivi avvocati e possono raggiungere un accordo consensuale su determinate questioni, comprese quelle relative alla separazione, al divorzio e alla modifica delle relative condizioni.

Non sono necessariamente due passaggi obbligati dello stesso percorso.

Sono strumenti differenti, che possono anche integrarsi in una prospettiva più ampia di gestione del conflitto.

La mediazione può aiutare a riaprire un dialogo.

La negoziazione assistita può consentire di dare una forma giuridica all’accordo raggiunto con l’assistenza degli avvocati.

Nessuna delle due chiede di rinunciare ai propri diritti.

Nessuna impone di dimenticare un torto.

Chiedono, piuttosto, di valutare se sia possibile affrontare la separazione senza pagare il riconoscimento di quel torto con l’unica moneta che non può essere recuperata:

il tempo della propria vita.


Il “compromesso strategico” non è una resa

C’è un equivoco che spesso accompagna l’idea di cercare un accordo.

Pensare che scegliere una soluzione negoziata significhi necessariamente cedere.

Ma non è sempre così.

In alcune situazioni, scegliere di non trasformare ogni divergenza in una battaglia può rappresentare una scelta consapevole.

Un “compromesso strategico” non significa necessariamente rinunciare ai propri diritti o dare ragione all’altra persona.

Può significare, semplicemente, decidere dove vale davvero la pena combattere e dove, invece, è più importante proteggere il proprio tempo, le proprie energie e il proprio futuro.

Perché non tutte le vittorie hanno lo stesso valore.

E alcune vittorie, se arrivano dopo anni di conflitto, possono avere un prezzo molto più alto di quello che avevamo immaginato.


Quanto costa davvero una separazione conflittuale?

Quando si parla del costo di una causa, il primo pensiero va spesso alle spese legali.

Ma il prezzo di un conflitto familiare può essere molto più ampio.

Ci sono le ore trascorse a raccogliere documenti.

Le telefonate.

Le udienze.

Le attese.

Le discussioni.

Le energie dedicate a ricostruire continuamente ciò che è successo.

E poi ci sono i figli, quando ci sono.

Per loro la separazione dei genitori è già un cambiamento importante.

Un conflitto che continua nel tempo può aggiungere ulteriore tensione a una situazione che richiederebbe, invece, per quanto possibile, stabilità e collaborazione.

Questo non significa che una causa sia sempre evitabile.

Ci sono situazioni nelle quali il ricorso al giudice è necessario.

Ci sono diritti da tutelare, situazioni che richiedono un intervento giudiziario e conflitti nei quali un accordo non è concretamente possibile.

Ma quando esiste uno spazio per il dialogo, vale la pena chiedersi se quel percorso debba essere necessariamente il più lungo e conflittuale possibile.


La domanda da farsi prima di scegliere la strada del conflitto

Alla fine, quello che vorrei restasse di questa riflessione è una domanda molto semplice:

Tra dieci anni, di questo conflitto, che cosa resterà davvero?

Resterà una vittoria?

Resterà la soddisfazione di aver avuto ragione?

O resteranno soprattutto gli anni, le energie e il dolore spesi per ottenerla?

Ho visto troppe persone perdersi dietro al bisogno di definire se stesse attraverso una guerra.

E ho visto arrivare lo sfinimento e l’accettazione di una soluzione mediata quando, spesso, era già passato troppo tempo.

Forse la vera domanda da porsi non è:

“Come posso fargliela pagare?”

Ma:

“Che cosa voglio che resti della mia vita dopo questa separazione?”

Perché la dignità non è necessariamente nella vittoria sul proprio ex coniuge.

A volte è nella capacità di scegliere, finché è possibile, una strada che permetta di tornare a guardare avanti.

Non per dimenticare ciò che è accaduto.

Ma per fare in modo che ciò che è accaduto non continui a decidere il resto della nostra vita.


Scegliere prima che sia troppo tardi

Una separazione non cancella ciò che è stato.

Ma può rappresentare l’inizio di una fase nuova.

Quando le condizioni lo consentono, valutare strumenti di gestione del conflitto come la mediazione familiare e la negoziazione assistita può significare scegliere di dedicare meno spazio alla guerra e più spazio alla costruzione del proprio futuro.

Perché il tempo che perdiamo in un conflitto non è soltanto tempo.

È tempo della nostra vita.

E forse è proprio questo il prezzo più alto che dovremmo imparare a non pagare.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *